Alice&Amelie Underground
perchè in realtà nulla è davvero strano ma almeno non rendiamolo banale .weird.underground.trash.corti.gore.

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sabato, 08 dicembre 2007, 18:52
Titolo: Mad Cowgirl
Regia: Gregory Hatanaka
Paese: USA
Anno: 2006
Durata: 89 min
Genere: Drammatico



Un mix fra sexploitation e gore: l'unica certezza che resta allo spettatore alla fine di Mad Cowgirl è di aver assistito ad un film di tale fattura.
La trama è intricatissima e farsi largo fra la realtà e ciò che la mente malata della protagonista immagina appare molto complicato. Therese è ispettrice in una macelleria e passa la sua visiva divisa tra due passioni, la carne rossa e il sesso. Questa armoniosa esistenza subisce però un imporvviso declino a causa di eventi inaspettati capitati contemporaneamente. Infatti alla scoperta di avere un tumore si accompagnano la rottura del rapporto amoroso con un prete predicatore e il successivo incesto con il fratello. L'iniziale depressione si tramuta in vendetta dopo l'ossessiva visione del film kung-fu "The Girl with the Thunderbolt Kick", per cui Therese, che identifica tutti gli uomini con la quale ha avuto rapporti come i " Ten Tigers of Canton" (i cattivi del film), comincia una terribile carneficina.
La produzione è indipendente e questo ha permesso di girare un film che oltrepassa la comune morale, sia essa religiosa che etica. Ad esempio in una scena Therese, in chiesa, sussurra al prete: "I wanna fuck you" mentre passa la lingua fra le labbra, in altre la vediamo masturbarsi, simulare orgasmi mangiando carne ecc.
Uno dei pregi del film è iil sapere coniugare musiche e immagini antitetiche tra di loro, come in nel sogno di Therese in cui vede l'amica Aimee picchiata dal compagno mentre nella stanza si libra un'allegra marcetta  (questa è anche la miglior scena del film secondo me).
Peccato per alcuni inserti troppo trash e l'ostinazione del regista di rendersi criptico. In definitiva però un buonissimo esempio di cinema anti-mainstream.

VOTO: 3.5/5

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    tags: hatanaka

domenica, 25 novembre 2007, 12:33
Titolo: The Gingerdead Man
Regia: Charles Band
Paese:  USA
Anno: 2005
Durata: 70 min
Genere: Horror


 

I gingerbread man sono gli "omini di zenzero", quei tanto carucci quanto infami dolcetti che se non stai attento prendono vita come in Sherk e, appunto, in Gingerdead Man. Se la trama del film fosse di dominio pubblico verrebbero vietate le cremature dei morti.
La pellicola si apre con uno psicopatico che fa una strage in un fast food ma non riesce ad uccidere una ragazza, la quale rimane solamente ferita. All'arrivo della polizia sarà proprio la testimonianza della giovane a far condannare alla pena di morte l'assassino. Qualche tempo dopo alla ragazza, che è panettiera, viene recapitato, da parte di una persona coperta  da un mantello, una confezione di zenzero. Mentre sta per versare il prodotto in un recipiente, un suo collega si ferisce al braccio e, ovviamente, va a sanguinare sopra allo zenzero. Nessuno reputa necessario gettare della farina portata da uno sconosciuto mascherato, impregnata di sangue e, scopriremo poi, contenente le ceneri dell'assassino sopracitato, e quindi si procede all'impasto. Il risultato sarà un omino di zenzero con turbe psichiche e con una risata nervosa che si diverte ad ammazzare la gente fino a che il ragazzo ferito in precedenza lo uccideRà mangiandogli la testa. E non finirà qui.
Trashata pazzesca che però, attraverso il "dolcetto assassino", strappa qualche (non so quanto voluta) risata. Tra i momenti più assurdi vanno annoverati: il combattimento fra la protagonista e una sua rivale a colpi di torte in faccia, l'omino di zenzero che guida una macchina aiutandosi con un mattarello per spingere sull'accelleratore e che chiede ad un topo: "ehy rat do you want a piece of me? fuck off!".
Pessime le recitazioni (si salva solo la Sydney) e ancora di più le scelte dei costumisti che fanno indossare ad un personaggio dei pantaloni alla "marinara", da denuncia. Da primordi del cinema gli effetti speciali per far muovere il gingerbread man.
Cult.

VOTO: 1,5/5
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    tags: band

domenica, 11 novembre 2007, 12:39
Titolo: A Study in Choreography for Camera
Regia: Maya Deren
Paese: USA
Anno: 1945
Durata: 3 min
Genere: Non Definibile


Più che un film sperimentale, come tutti gli altri della Deren, questo è una "sperimentazione" di tecniche finalizzate all'esaltazione del movimento del corpo.
Nei pochi minuti della pellicola assistiamo infatti ad un balletto di Talley Beatty; la danza si svolge prima in un bosco, poi, senza apparenti stacchi, in un salottino, in un grande salone ed, infine, di nuovo nel bosco.
L'uso del solito bianco e nero, l'ombra proiettata da Beatty sulle superfici e quella che gli oggetti proiettano su di lui e i movimenti del corpo del ballerino (specialmente i forti contrasti fra i chiaro-scuri dati dalle contrazioni dei muscoli) concorrono a creare un'idea che molto si avvicina a quella astratta di "movimento".
Come al solito la regista riprende tecniche già sperimentate e ne introduce di nuove, così come le tematiche trattate. La maggiore innovazione riguarda  una panoramica circolare che filma il ballerino in più luoghi quasi contemporaneamente, fino a farlo arrivare a trovarsi davanti alla macchina da presa. Ovviamente questa apparente carrellata è composta da più segmenti uniti fra loro, ma, tranne nell'ultima "congiunzione" un po' saltellante, essa appare fluida come se fosse davvero un'unica scena.
Le riprese invece concernono il continuo cambio di ambientazione (sperimentato con successo in At Land) e il rallentamento di un salto del ballerino ottenuto attraverso più riprese da diversi punti di vista (così come, sempre in At Land, aveva fatto riprendere il suo stesso (finto) salto di un attraversamento di un precipizio fra due scogli).
Per quel che riguarda le tematiche, si ripresenta, anche se passa quasi inosservata,  quella della filosofia di vita. Infatti nella grande salone sono poste alcune statue orientali, che richiamano alla memoria la vicinanza della regista e del marito per il Buddhismo. Già in Meshes of the Afternoon ipotizzavo che il triplice svolgersi delle azioni e la finale morte della donna simboleggiassero i punti cardine della dottrina orientale.
Ennesima prova di capacità della Deren.

VOTO: 3,5/5
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    tags: deren

venerdì, 09 novembre 2007, 20:10
Titolo: Tintarella di Luna
Regia: Gaspar Noè
Paese: Francia
Anno: 1985
Durata: 18 min
Genere: Drammatico



Tintarella di luna è il primo cortometraggio del regista franco-argentino Gaspar Noè, il quale diverrà in futuro famoso per le sue opere non proprio castigate.
La vicenda principale narra la tragica dipartita di una donna che dopo essere stata dal suo amante non trova nessuno disposto a riaccompagnarla a casa ed è così costretta a passare attraverso un ponte dove uno psicopatico tenta di molestarla e poi la uccide spezzandole il collo e gettandola in acqua.
Alla fine scopriamo che l'ambiente in cui si sono mossi i personaggi è una sorta di plastico, una riproduzione della realtà; e su questa veglia un uomo, cha assume il ruolo di un deus ex machina, il quale interviene solo dopo che i fatti si sono svolti, togliendo la donna morta.
Nell'epilogo trova spiegazione anche la scelta del titolo, infatti il "dio" prima di abbandonare la scena prende una radiolina e la sintonizza su una stazione che trasmette proprio "Tintarella di Luna". Una motivazione più implicità per il titolosi può ricavare tenendo in considerazione che gli eventi principali della pellicola, ossia la scena del tradimento e quella dell'uccisione avvengono di notte.
Già dall'esordio Noè getta le basi di un cinema di denuncia, dalle tinte forti, che mostra la realtà nella sua componente più degradante. Probabilmente il film in questione è un punto di partenza per il filone dei film francesi che esteriorizzano il turbamento e l'irrequietezza, nonchè il disagio, delle minoranze (un esempio è L'Odio di Mathieu Kassovitz).
Parlando dell'aspetto strettamente stilistico risulta un'ottima trovata il triplice attraversamento del ponte ,con sottofondo di rane gracchianti, che scandisce i vari momenti del film.
Un buon inizio, forse limitato dai mezzi.

VOTO: 3/5
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    tags: noè

giovedì, 01 novembre 2007, 18:02
Titolo: At Land
Regia: Maya Deren
Paese: USA
Anno: 1944
Durata: 15 min
Genere: Non Definibile



Terzo corto di Maya Deren dopo Meshes of the Afternoon, dove la regista aveva già messo in luce le sue capacità, e l'incompiuto Witch's Cradle.
At land è una metafora sulla difficoltà di mantenere una sola personalità, di essere coerenti con se stessi e verso gli altri.
All'inizio vediamo una donna (la stessa Deren) stradaiata sul bagnasciuga mentre le onde si infrangono su di lei. Successivamente la donna si alza e sale su di un arbusto, sopra al quale trova una stanza dove, attorno ad un tavolo, un gruppo di persone sta piacevolmente conversando. La donna striscia sul tavolo per raggiungere un uomo che gioca da solo a scacchi, appena però lei gli arriva vicino, questo si alza. Quindi ella si mette a spostare le pedine sulla scacchiera con la forza del pensiero ma un pedone cade e finisce dentro ad un corso d'acqua, la donna tenta di recuperarlo ma non vi riesce. Uno stacco netto ci mostra la Deren che cammina attraverso un piccolo viale e che viene avvicinata da un uomo con il quale si mette a parlare, i due entrano in una casa dove la donna trova un uomo disteso su di un letto: i due si guardano per qualche istante, poi lei esce dall'abitazione e si trova su di una scogliera. Arrivata alla spiaggia comincia a raccogliere pietre fino a che vede due donne giocare a scacchi sulla riva, si avvicina a loro, le distrae e ruba un pedone. La scena finale mostra la Deren che scappa mentre alcune copie di lei stessa la osservano (già nel suo primo corto era presente lo sdoppiamento della sua figura).
La genialità della pelliccola è quasi spiazzante, tutta la serie di eventi, apparentemente, assurdi a cui abbiamo assistito durante lo scorrere del film, vengono spiegati nell'ultima scena, di sicuro più surreale delle altre che la precedono, ma così ben inserita che sembra quasi l'unica spiegazione logica alla vicenda.
Ci sono degli "effetti speciali" davvero apprezzabili per l'epoca, ad esempio, nella scena iniziale sembra che la Deren faccia arretrare il mare, in realtà questa percezione deriva dall'unione di due tecniche: intanto viene girata la pellicola, così da far riavvolgere su se stesse le onde e poi la donna (e quindi pure la telecamera) si sposta sembre più verso l'entroterra, in modo tale da simulare lo spazio vuoto lasciato dal mare in "ritirata".
Da notare pure la perfetta riuscita dei continui cambi di spazio dell'ambientazione, la spiaggia, la stanza e la casa sembrano davvero comunicanti tra di loro, ciò da esempio della perfetta padronanza della Deren della cosidetta stop-motion, tecnica utilizzata soprattutto nei film d'animazione.
Il tutto, ancora, realizzato con un budget esiguo. Capolavoro.

VOTO: 5/5
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    tags: deren

lunedì, 29 ottobre 2007, 17:12
Titolo: Witch's Cradle
Regia: Maya Deren
Paese: USA
Anno: 1944
Durata: 12 min
Genere: Non Definibile



Witch's Cradle (La Culla della Strega) è un cortometraggio girato e mai concluso dalla Deren nel museo Guggenheim in occasione di una mostra surrealista intitolata "L'Arte di questo Secolo". Il montaggio delle scene è avvenuto dopo la morte della regista, quindi c'è da chiedersi cosa, di quanto vediamo oggi, fosse davvero nelle intenzioni della donna.
La comprensibilità della pellicola è pressochè nulla ed è difficile anche avanzare ipotesi interpretative. Tra le varie immagini quelle che colpiscono maggiormente per intensità sono le riprese di una corda che pian piano avvolge il corpo di un uomo, di un cuore che smette di battere e di una lunga carrellata sulla struttura della stanza (che pare un tendone). La strega menzionata nel titolo è una giovane donna con tatuata in fronte una stella racchiusa in un cerchio in cui compare la scritta: "L'inizio è la fine"; da quanto si intuisce la donna comprende di essere una strega solo dopo che, verso la fine del corto, vede la sua immagine riflessa su uno specchio: probabilmente la corda che all'inizio avvolge l'uomo è manovrata da lei. Ergo, forse, il tatuaggio è un invito a leggere il film al contrario, quindi la donna si rende conto della sua natura magica, avendo un flash dell'uomo che giochicchia con una corda in un giardinetto, ne muove una affinchè strangoli questo (la corda che utilizza è quella che avvolge i sostegni del tendone. L'inizio, che dunque, è la fine, risulta essere il ritorno alla normalità dopo la riuscita della "missione", infatti la donna è senza il marchio delle streghe.
L'interpretazione non è però tutto in un'opera di Maya Deren, lo straniamento dello spettatore e la forza pura delle immagini restano protagonisti.

VOTO: 4/5
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sabato, 27 ottobre 2007, 19:52
Titolo: Horror Vacui
Regia: Boris Pavel Conen
Paese: Olanda
Anno: 1993
Durata: 22 min
Genere: Non Definibile





Horror Vacui è il primo mediometraggio del semi-sconosciuto regista olandese Paval Conen.
Innanzitutto la spiegazione del titolo: l'espressione "horror vacui" significa "paura del vuoto" e trova applicazione soprattutto nel campo dell'arte, dove indica la tendenza a riempire gli spazi vuoti di un'opera con piccoli elementi decorativi.
Dopo aver visto la pellicola ci si rende subito conto che il titolo è in antitesi con il contenuto del film, infatti Conen mostra un surreale mondo in cui gli uomini vivono sopra a delle piattaforme sospese in aria a grande altezza, dalle quali non è possibile scorgere il terreno sottostante. L'uomo è ridotto ad uno stato pressochè primitivo e i suoi comportamenti sono mossi dall'istinto in una lotta per accaparrarsi una delle rare piattaforme esistenti.
Lo scenario appare post apocalittico, un buio profondo da cui emergono ben marcate le corde che reggono le impalcature e gli uomini, la temperatura è bassa in quanto l'alito dei personaggi crea delle scie di vapore che contribuiscono a rendere l'ambiente ancora più inospitale di quanto già lo sia.
Il film, per come è strutturato potrebbe benissimo essere adattato a spettacolo teatrale.
Va dato merito al regista di aver dato al film una durata ideale, aspetto che spesso molti altri colleghi sbagliano a calibrare, presi dall'autocompiacimento.

VOTO: 3,5/5
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    tags: conen

mercoledì, 17 ottobre 2007, 13:05
Titolo: Darkness/Light/Darkness
Regia: Jan Svankmajer
Paese: Cecoslovacchia
Anno: 1989
Durata: 6 min
Genere: Animazione



Una delle molte perle di Svankmajer, il primo corto realizzato dopo l'uscita del lungometraggio Neco z Alenky.
All'intero di una piccola stanza viene a formarsi, pezzo su pezzo, un uomo di pongo. Si parte dalle mani che, prima dell'arrivo del cervello, comprendono gli innumerevoli vantaggi che sarebbero derivati dall'unione di più arti. Ecco quindi che le mani, dopo essersi subito accapparrate per sè, occhi e orecchie, capiscono che questi starebbero meglio su di un volto e proprio lì li pongono. Successivamente esse attaccano due piedi direttamente al capo ma poi modellano dell'altro pongo fino a formare torace, busto e gambe. Quindi all'essere ormai completo viene aggiunto un pene e la sua trasformazione da agglomerato di pezzi ad uomo è completa.
Pellicola molto breve ma altrettanto intensa, gustosa e giocosa.

VOTO: 3,5/5
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    tags: svankmajer

martedì, 16 ottobre 2007, 14:42
Titolo: Alice
Regia: Jan Svankmajer
Paese: Cecoslovacchia, Svizzera, Gran Bretagna, Germania Ovest
Anno: 1988
Durata: 86 min
Genere: Grottesco




Neco z Alenky (meglio conosciuto come "Alice")  è la rivisitazione in chiave grottesca del famosissimo libro di Carroll che fa dell'animazione il suo punto forte. Tra i personaggi l'unico reale è, in effetti, la sola Alice, una bambina di circa sei anni, gli altri sono tutti pupazzi, manichini, burattini, cartelloni resi "vivi" attraverso le tecniche di stop-motion e live-action.
La vicenda narrata è quella che la piccola Alice vive in prima persona, infatti, un giorno, nella sua cameretta, la bambina vede un coniglio impagliato animarsi e scappare dentro ad un cassetto di un tavolo, dopo aver attraversato una distesa di terra che sembra partire dalla stanza da letto. Si intuisce subito lo spirito che Svankmajer cerca di infondere alla pellicola: la creazione di un piccolo mondo alternativo non governato dal normale rapporto di causa-effetto ma bensì dalla sua stessa arbitrarietà.
Alice quindi segue il coniglio in una serie di eventi assurdi che variano di intensità percorrendo l'intero spettro dei sentimenti, dalla paura all'ilarità. Nel suo viaggio la, per certi versi sia ingenua che maliziosa, bambina incontra, tra gli altri, il topo (un pupazzetto di roditore costretto a nuotare sul mare di lacrime creato dalla stessa Alice), il bruco (un calzino con gli occhi che si erge sopra ad un fungo di legno), il cappellaio matto e la volpe marzolina (il primo è un burattino e la seconda un pupazzo a molla), la regina e il re di cuori (delle carte giganti). In alcuni momenti (quelli successivi all'aver mangiato dei biscotti magici) Alice stessa diventa una bambola di porcellana.
L'enorme lavoro di animazione viene di certo ripagato dalla resa finale, arricchita di valore anche dal raffinato gusto per la scelta degli elementi che compongono le ambientazioni. Nonostante poi in ogni scena regni un'atmosfera cupa, non c'è una monotonia d'insieme in quanto l'alternanza di momenti claustrofobici, presi dal punto di vista della ragazza, ad altri più distesi, visti dalla prospettiva minuta dei "pupazzi", crea una ricchezza ed una varietà di contenuti  che rende piacevole la visione.
Merita una nota di merito la giovanissima Kohoutova, perfetta nella sua interpretazione.
Dal mio punto di vista, questa è la migliore rivisitazione cinematografica di Alice nel Paese delle Meraviglie.

VOTO: 4,5/5
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    tags: svankmajer

sabato, 13 ottobre 2007, 17:37
Titolo: Las Hurdes
Regia: Luis Bunuel
Paese: Spagna
Anno: 1933
Durata: 30 min
Genere: Documentario



Las Hurdes è un documentario sulla vita degli abitanti della regione in questione. Apparentemente questo terzo lavoro di Bunuel sembra discostarsi dalla vena surrealista che caratterizza Un Chien Andalou e L'Age D'Or ma analizzandolo ci si rende conto che la forza delle immagini, che nelle prime due opere era data dall'arbitrarietà del regista, e qui è data dalla pura e semplice realtà, porta comunque allo stesso risultato di denuncia e critica. Innegabile che il lavoro di montaggio svolge un ruolo fondamentale ma questo si preoccupa solo di evidenziare le situazioni cardine, non di inventarle dal nulla.
Las Hurdes è una regione inospitale della Spagna caratterizzata dalla presenza di molti piccoli villaggi in cui le condizioni di vita sono pessime e misere. I campi non sono fertili e i corsi d'acqua per molti mesi sono secchi, ciò porta alla mancanza di igiene e quindi all'innarrestabile dilagarsi di malattie come la malaria ed il gozzo. Bunuel, oltre a sottolineare le cause pratiche che rendono la vita degli hurdiani un inferno, si sofferma anche, con alcuni paragoni molto incisivi, sul ruolo "infame" della ragione. Infatti il rendersi effettivamente conto della situazione della propria esistenza e al contempo dell'impossibilità (secondo la propria ottica, ovvio) di poterla mutare in meglio , rende la vita ancora più dolorosa. Ovviamente la rassegnazione porta all' attivarsi solo per la semplice sopravvivenza ed è emblematico vedere, nel giro di poche scene, un maestro che insegna ai bambini alcune regole riguardanti gli angoli retti e un gruppo di nani ritardati che fanno pascolare le pecore. La buona volontà insita in pochi viene a dissolversi fra la corruzione della stupidità di un popolo ridotto a vivere come bestie ed incestuoso.
Ad aggiungere valore ad un già ottimo reportage vi è l'aggiunta, nel 1936, di una frase a fine documentario che segnala la reversibilità di situazioni come quella di Las Hurdes e indica l'unione e la collaborazione come mezzi per uscire dall'incubo. Il discorso viene poi ampliato, con una forte connotazione sociale e politica, affermando che, come è possibile uscire dal disagio di una vita misera, si può anche sconfiggere l'oppressione franchista con l'aiuto di tutti gli antifascisti. L'ultima frase amalgama al meglio le due diverse lotte, infatti la vittoria contro il potere oppressore porterebbe alla sparizione di realtà degradanti come Las Hurdes.
Documentario tanto scomodo quanto brillante.

VOTO 4/5
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    tags: bunuel